Myanmar, emergenza per 20 milioni di persone

Una «assoluta devastazione» unita ad altrettanta «disperazione». Il segretario generale dell’Onu António Guterres descrive così la situazione nel Myanmar terremotato, dove la drammatica conta dei morti ha superato le 3.100 vittime, con migliaia di feriti e molti ancora intrappolati tra le macerie. Ieri due uomini sono stati estratti vivi dai resti di edifici crollati, a Mandalay e Sagaing, dopo 125 ore dal sisma di venerdì scorso, mentre «quasi venti milioni di persone, cioè una persona su tre nel Paese, hanno bisogno di assistenza umanitaria», specifica Guterres. «Serve un’azione rapida su più fronti», evidenzia, chiedendo la «fine dei combattimenti», nel quadro della guerra civile in corso tra esercito e milizie etniche. Da Ginevra è al contempo arrivata la denuncia dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, secondo cui proprio l’esercito starebbe «limitando gli aiuti umanitari in numerose aree colpite dal terremoto», dichiara la portavoce, Ravina Shamdasani, in un momento in cui, nonostante la tregua alle operazioni belliche annunciata dalla giunta militare al potere a Naypyidaw, l’Onu «ha ricevuto segnalazioni secondo cui l’esercito ha condotto almeno 53 attacchi, inclusi raid di aerei e droni e di artiglieria nelle aree» disastrate.

Il capo della giunta, Min Aung Hlaing, sta incontrando intanto a Bangkok — in una Thailandia anch’essa colpita dal terremoto — i leader dei Paesi del Golfo del Bengala, che domani invieranno in Myanmar i ministri degli Esteri di Thailandia e Malaysia. Nel frattempo si allarga il fronte della mobilitazione globale per l’emergenza.

La mobilitazione internazionale
I Paesi del partenariato di sicurezza Quad, Stati Uniti, India, Giappone e Australia, sollecitando ulteriori sforzi per un cessate-il-fuoco in Myanmar, hanno ribadito il loro impegno per l’assistenza umanitaria. Già sul campo, secondo un portavoce del dipartimento di Stato americano citato dalla Cnn, una «piccola squadra» dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid), peraltro nel pieno delle polemiche sui recenti tagli agli aiuti umanitari.

È inoltre atterrato a Yangon il primo volo umanitario internazionale, organizzato da Unicef e Unione europea: trasportate 80 tonnellate di aiuti d’emergenza per bambini e famiglie delle aree più colpite del Paese.

L’impegno della ong ChildFund
L’impatto del terremoto è stato devastante per milioni di bambini, che proprio «in caso di calamità sono spesso maggiormente a rischio», spiega ai media vaticani Win May Htway, Country director in Myanmar per ChildFund, ong partner della rete WeWorld e operativa nel Paese del sud-est asiatico dal 2012 con progetti nei settori della protezione dell’infanzia, dello sviluppo giovanile e della risposta alle emergenze. Le necessità più urgenti rimangono «cibo, acqua, riparo e cure mediche», proprio quando «è stato segnalato che le scorte di medicinali stanno diminuendo». Ma, denuncia la rappresentante di ChildFund, «poiché le persone non possono tornare alle proprie case siamo preoccupati anche per la sicurezza dei bambini». «I piccoli che sono stati separati dalle loro famiglie o che dormono per strada o in rifugi temporanei possono essere molto vulnerabili allo sfruttamento e agli abusi. Sappiamo anche che l’impatto psicologico sarà enorme. Un sostegno psicosociale adeguato e incentrato sui più piccoli sarà fondamentale per rispondere all’emergenza. Si tratta di un’esigenza a lungo termine per le comunità colpite», fa notare Win May Htway.

A quasi una settimana dal sisma, solo «ora stiamo vedendo la vera portata del disastro ed è chiaro — aggiunge — che il sostegno della comunità internazionale è vitale», perché «già prima di questa ultima catastrofe oltre il 30% della popolazione del Myanmar aveva un bisogno critico di assistenza umanitaria, che è stata in gran parte colpita dalle recenti riduzioni dei flussi di aiuti globali».

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